C’è un personaggio che porto sempre con me, anche quando non sono in scena. È invisibile, ma presente in ogni sguardo, in ogni pensiero, in ogni respiro che precede l’azione.
Si chiama io giudicante.
È quella voce che sussurra “non basta”, “non sei credibile”, “stanno ridendo di te”.
È la stessa voce che, a volte, giudica gli altri per difendersi, per non sentire troppo, per non rischiare.
È un meccanismo antico, una corazza costruita con cura nel tempo per sopravvivere agli sguardi esterni.
Ma il teatro non tollera corazze. Nel lavoro dell’attore, il giudizio è la prima prigione da aprire. Finché giudico, non posso ascoltare. Finché controllo, non posso esserci davvero.
Ogni volta che entro in sala, mi accorgo che il vero esercizio non è “interpretare” un personaggio, ma smontare quello che ogni giorno indosso: il mio bisogno di apparire giusto, efficace, amato. In un laboratorio di teatro, una delle prime cose che si cerca di imparare è proprio a non giudicare e a non giudicarsi.
Lo si ripete spesso, quasi come un mantra: “qui non c’è giudizio”.
E non è una frase di conforto, ma un invito a liberarsi, a permettersi di sbagliare, di esplorare, di essere goffi, contraddittori, veri.
Solo in uno spazio dove il giudizio si sospende può nascere la fiducia necessaria per trasformarsi.
Nel laboratorio di Margine Comunicante, lavoriamo proprio su questo: imparare a disattivare lo sguardo del giudice interno, a sospendere per un attimo la necessità di piacere o di riuscire.
Solo allora accade qualcosa di vero.
Quando smettiamo di “fare bene” e iniziamo semplicemente a esserci, il corpo cambia, la voce cambia, lo spazio respira con noi.
E in quell’istante, anche chi guarda smette di giudicare.
Liberarsi dal giudizio non significa non avere più paura. Significa accettare di tremare e restare comunque lì, esposti, vivi. È un atto di fiducia: nel proprio corpo, nella relazione, nel momento presente.
Il teatro ci insegna questo ogni volta, con dolcezza e crudeltà insieme: che non esiste verità finché c’è qualcuno dentro di noi che la misura.
Smontare l’io giudicante è il primo passo per ritrovare la libertà, sul palco e fuori.
Michele Di Chello