A un passo dal palco

Ci sono domande che tornano ciclicamente, come un’eco che rimbalza dentro di me ogni volta che
si avvicina una prova generale, ogni volta che le luci si abbassano, ogni volta che il sipario sta per
aprirsi.


Una di queste è semplice solo in apparenza: perché salgo sul palco?
La verità è che non lo so spiegare davvero, o meglio: ogni volta che provo a farlo, mi sembra di
afferrare solo una parte, un frammento, un riflesso.

C’è sicuramente una componente adrenalinica, quasi fisica. È simile al momento in cui ti sporgi da
un aereo con il paracadute già aperto sulle spalle, o quando ti lanci in un salto nel vuoto con
l’elastico che ti trattiene. Il cuore accelera, il respiro cambia ritmo, il corpo si prepara, eppure non è
paura, è un brivido che ti attraversa e che ti fa sentire presente.
Poi c’è un’altra forza, più sottile e più difficile da confessare. Una calamita che mi attira verso il
centro della scena, come se ci fosse un richiamo antico, quasi primordiale. Forse c’è dentro anche
una vena narcisistica, o un bisogno di essere visto, ascoltato, riconosciuto. Non lo nego, ma non è
solo questo. È qualcosa che vibra tra l’ego e la fragilità, tra il desiderio di mostrarsi e quello di
nascondersi dietro un personaggio.


Alla fine, arriva quell’attimo in cui ti trovi sul palco, un momento sospeso in cui tutto si concentra: la
tensione, l’energia, la paura, la gioia, la responsabilità, la libertà.
Un rapido sguardo ai compagni di
scena, un respiro profondo… e poi…. un’esplosione silenziosa che parte da dentro e si diffonde
nello spazio, verso il pubblico, verso i compagni di scena, verso te stesso. Una sensazione forte,
travolgente, ma incredibilmente bella.


Forse è proprio questo il punto: non si sale sul palco per spiegare, ma per vivere. Per attraversare
un’emozione che non si lascia chiudere in una definizione. Per incontrare una parte di sé che
esiste solo lì, sotto le luci, nel respiro condiviso con chi guarda.
E allora sì, forse non saprò mai dire davvero cosa mi spinge a farlo. So però che ogni volta che
riesco a superare il confine tra il dietro le quinte e la scena, qualcosa dentro di me si allinea, si
accende, si riconosce e mi suggerisce che non è mai troppo tardi per provare certe emozioni.
È
come se una parte rimasta a lungo in silenzio trovasse finalmente spazio e voce. Il palco, in fondo,
è anche questo: uno spazio gentile che mi ricorda che non è mai troppo tardi per provare, per
sentire, per essere.

Lilly Di Buccio