Qualche giorno fa sono andato al cinema per vedere “Hamnet – Nel nome del Figlio”.
Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma sapevo che non sarebbe stato un film leggero.
Infatti, ci sono film che scorrono, e poi ci sono film che aprono qualcosa. “Hamnet – Nel nome del Figlio” appartiene alla seconda categoria.
Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, il film si concentra sulla morte di Hamnet, il figlio di William Shakespeare, evitando però qualsiasi retorica biografica su Shakespeare stesso. Infatti non si tratta di un’operazione celebrativa ma di una storia privata, quasidomestica e proprio per questo, devastante.
Quello che mi ha colpito è Il fatto che il film è attraversato da silenzi lunghi e da sguardi che cercano verità emotiva. C’è qualcosa di profondamente teatrale nella sua costruzione con la centralità del corpo, il peso delle pause, l’importanza dell’ascolto.
Shakespeare prima del mito
Siamo abituati a pensare a Shakespeare come al genio, al monumento, al nome inciso nei manuali. Il film invece lo riporta a terra, mostrandolo come marito, come padre e come uomo che non sa come stare davanti alla perdita.
E questo cambia tutto.
Perché se pensiamo ad opere come Amleto, Macbeth o Re Lear,improvvisamente quelle tragedie oltre ad essere costruzioni drammaturgiche perfette, sono esplorazioni ossessive del lutto, della colpa, dell’assenza.
Si è infatti ipotizzato che L’Amleto (Hamlet in inglese) sia stato scritto proprio sotto l’ombra della perdita del figlio Hamnet. Non esistono prove definitive, ma la vicinanza dei nomi e la centralità del tema del lutto, del padre e della memoria rendono difficile ignorarne il legame. È come se, attraverso la tragedia, William Shakespeare avesse cercato una forma per dare voce a ciò che nella vita reale era rimasto senza risposta.
E qui il film tocca qualcosa che per chi fa teatro è centrale: l’arte nasce da un’urgenza.
Il teatro come necessità
Guardando il film pensavo a quanto il teatro sia, prima di tutto, un modo per trasformare l’esperienza vissuta in materia scenica senza necessità di abbellirla né renderla accettabile.
Nel lavoro teatrale, che sia in laboratorio o in scena, parliamo spesso di verità, di ascolto, di presenza e “Hamnet – Nel nome del Figlio” mette in scena proprio questo: la fatica di restare in ciò che accade, senza scappare.
Il teatro di Shakespeare è pieno di fantasmi. Letteralmente. Lo spettro del padre in Amleto, per l’appunto. Ma forse quei fantasmi sono la rappresentazione più concreta di una verità umana, ovvero ciò che perdiamo continua a parlarci.
Dunque, mettere in scena un’opera significa necessariamente dare corpo a quelle voci.
Una riflessione per noi
Per Margine Comunicante, che lavora sul teatro come spazio di ricerca e non solo di rappresentazione, questo film è un promemoria importante.
Uscire dalla concezione di “fare bene” una scena, ma capirne soprattutto da dove nasce.
Da questo ne deriva che i testi sono il risultato di una vita che ha attraversato qualcosa di reale e la responsabilità dell’attore oggi è proprio quella di cercare l’urgenza che l’ha generata senzaimitare la forma.
Michele Di Chello